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La storia del cappello di paglia

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Dalle origini rurali al suo utilizzo nel teatro, il cappello di paglia è il più speciale fra i copricapi

“Il cappello di paglia, rispetto agli altri tipi di cappello, presenta una storia a sé”. Inizia così la pagina di Wikipedia dedicata al cappello di paglia.

Modelli di questo copricapo, in effetti, sono esistiti in Europa fin dall’antichità (con forme molto simili a quelle tutt’oggi alla moda). Sono le sue origini rurali a renderlo diverso dagli altri cappelli. Furono le popolazioni contadine, infatti, ad utilizzarlo per prime per proteggere testa e visto dal sole durante le lunghe giornate di lavoro sui campi.

Nel XIX secolo, poi, il cappello di paglia diventò un accessorio trendy, tanto maschile quanto femminile. Divenne però una vera manifattura grazie al bolognese Domenico Michelacci, trasferitosi a Signa, nel fiorentino, nel 1714.

Luogo di produzione per eccellenza, in Italia, era appunto Firenze.

Scrive Filippo Mariotti, in Notizie storiche, economiche e statistiche intorno all’arte della Paglia in Toscana (Firenze 1858): “Lo smercio dei cappelli di paglia fino dal 1771 era talmente rispettabile che cominciava a formare un traffico di molta importanza”. Altro fulcro produttivo è quello di Montenappone nelle Marche. “La paglia per i cappelli si ricavava dal grano tenero povero e lungo oltre un metro detto iervicella: gli steli venivano puliti con bicarbonato e pasta di zinco, stirati e intrecciati a mano”, racconta Alice Catena, direttore creativo del brand Montegallo di Osimo. “I contadini usavano i cappelli di paglia per proteggersi dal sole. Oggi il fine è lo stesso anche se, chi sceglie un cappello, specie se a larga tesa, rimarca una certa postura, crea attorno a sé un alone di mistero”.

In Francia, il tipico cappello di paglia italiano piaceva tantissimo, tanto che erano chiamati “chapeaux de paille d’Italie”. Questi copricapi ispirarono perfino lavori teatrali firmati da commediografi di grido quali Eugène Labiche e Georges Feydeau a metà Ottocento e un’opera lirica di Nino Rota (Premio Oscar per la colonna sonora del film Il Padrino – Parte II), intitolata proprio Il cappello di paglia di Firenze.

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